Coscienza costruttiva
Insieme concepiamo e creiamo il nuovo edificio del futuro, che abbraccerà architettura, scultura, e pittura in una sola unità e che sarà alzato un giorno verso il cielo dalle mani di milioni di lavoratori, come il simbolo di cristallo di una nuova fede.
Walter Gropius, 1919
Una tendenza «espressionista» sembra trovarsi in personaggi come Rathenau, e l’attenzione per l’arte si manifesta inoltre in architetti impegnati nella costruzione di nuovi complessi produttivi, come Peter Behrens, progettista per l’AEG: «In tutti gli oggetti che vengono prodotti in modo meccanico non bisognerebbe cercare di realizzare un contatto superficiale fra l’arte e l’industria, ma l’intima unione di entrambe». Era questo un modo per alludere anche a una sintesi fra le forze che la crisi politica e civile aveva opposto, e che la guerra aveva messo comunque in una irrevocabile relazione. A sua volta, l’architetto Walter Gropius, allievo di Behrens, in prima fila, a Berlino, nei giorni della rivolta del 1918, scriveva: «Solo in seguito alla guerra assunsi piena, consapevolezza della mia responsabilità, ossia realizzare le idee frutto delle mie riflessioni, secondo quelle premesse teoriche che, proprio durante la guerra, avevano per la prima volta assunto una forma definita. Dopo quella violenta interruzione ogni persona ragionevole si rese conto della necessità in-tellettuale di una trasformazione. Oguno, nel proprio specifico ambito di attività, si sentiva in dovere di contribuire a colmare il disastroso abisso che si era creato tra realtà e ideale. Fu allora che ebbi per la prima volta la percezione della immensa portata della missione affidata agli architetti della mia generazione».
Gropius aveva già progettato, col collega Adolf Meyer, fabbriche in cui si ricercava una corrispondenza fra le esigenze della produzione e la qualità della vita e delle attività richieste agli operai. Sentendo di potersi porre alla guida di un ampio progetto di riforma culturale e civile, si era rivolto ai partiti socialisti riformisti e democratici di centro — trionfatori delle elezioni del 1919 — per ottenere l’incarico di rifondare la didattica delle arti applicate come modello di un’intesa collettiva: «L’arte dell’edificare — sosteneva — si basa sulla collaborazione attiva di una squadra di persone, che può essere assunta come paradigma dell’organizzazione della comunità sociale, anch’essa fondata sulla cooperazione tra individui».
Nominato direttore, a Weimar, della Scuola di artigiana-to artistico, con sede, dal 1911, nell’edificio progettato da Henry van de Velde, Gropius aveva unificato le procedure didattiche in un complesso di aule e di laboratori, che aveva denominato, accorpandovi anche la Accademia di belle arti, Staatliches Bauhaus (Laboratorio statale). Gropius tuttavia non era solo un tecnico, la sua cultura si basava anche su conoscenze letterarie, musicali e teosofiche che, da matrici simboliste, si erano sviluppate in cenacoli intellettuali in cui s’immaginava che movimenti «euritmici» di gruppo esprimessero l’essenza di nuovi spazi abitativi e un ritrovato legame con la natura, anche con selettivi regimi alimentari.